Home Sicurezza Carabinieri Carabinieri: in piena emergenza Coronavirus Appuntato licenziato per i tatuaggi

Carabinieri: in piena emergenza Coronavirus Appuntato licenziato per i tatuaggi

BOLOGNA – Questa mattina ad un Appuntato scelto dell’Arma dei Carabinieri, un 42 originario di Bari, è stato notificato un provvedimento di “perdita del grado per rimozione per motivi disciplinari” a seguito di un procedimento scaturito dalla Commissione di Disciplina che, nella seduta del 7 dicembre 2019, riteneva il militare “non meritevole di conservare il grado” a causa, si legge, di “tatuaggi particolarmente vistosi” sugli avambracci.

La decisione di licenziare il militare, per tali motivi e in questo particolare frangente emergenziale, ha fatto infuriare i dirigenti del “Nuovo Sindacato Carabinieri” che hanno diramato una nota molto dura sulla vicenda.

«Apprendiamo oggi con sconcerto e stupore – si legge – che un Appuntato dei Carabinieri è stato congedato a seguito di procedimento disciplinare di Stato. Un delinquente? Una mela marcia da cacciare? Un Carabiniere che ha nuociuto gravemente all’immagine dell’Arma? Niente di tutto questo. E’ stato destituito e sbattuto in mezzo alla strada perché aveva dei tatuaggi visibili in uniforme.»

Così il Segretario Generale del Nuovo Sindacato Carabinieri Massimiliano Zetti, alla notizia appena giunta tramite il difensore del militare che aggiunge: «il fatto è che non si tratta di rilievi ad uno sbarbatello in procinto di sostenere un concorso per entrare nell’Arma, che potrebbe essere anche concepito alla luce dei recenti provvedimenti normativi sull’esclusione dai concorsi pubblici per chi esibisce tatuaggi visibili in uniforme, ma di un militare con una consistente anzianità di servizio. La differenza è lampante. È noto a tutti – anche ai non addetti ai lavori – che i tatuaggi sulla pelle dei militari o delle forze dell’ordine siano un fenomeno diffusissimo (in tutto il mondo) e nessuno ha mai avuto nulla da ridire, anzi, è quasi un tratto distintivo per alcuni reparti d’elite.»

Lo stesso Zetti asserisce che «l’abnormità del procedimento intrapreso che è giunto a questo sconcertante e drammatico epilogo determinando il licenziamento del collega è sotto gli occhi di tutti. Siamo sicuri che in sede giurisdizionale il collega – difeso dall’avvocato Giorgio Carta -, al quale questo Sindacato esprime la massima solidarietà e sostegno, troverà ristoro e verrà reintegrato nel proprio posto di lavoro data la carenza motivazionale e l’assenza di chiari precetti e divieti sotto il profilo regolamentare. Ma ci chiediamo allora se analogo procedimento verrà allora avviato nei confronti delle decine e decine di militari in servizio in taluni reparti operativi nei quali il rito del tatuaggio è non solo una tradizione, ma anche un modo per mimetizzarsi tra la gente nel corso di operazioni finalizzate alla repressione della criminalità».

Il Nuovo Sindacato dei Carabinieri si chiede se «il Comandante dell’Accademia Militare di Modena, Gen. Rodolfo Sganga, che esibisce un vistoso tatuaggio sull’avambraccio sinistro, sia mai stato ripreso disciplinarmente, se altri militari dell’Arma, compreso quello che svolge servizio di autista ad un Comandante di Legione debba preoccuparsi oppure egli sarà intoccabile. Ci chiediamo perché questa caccia alle streghe avviene solamente in un determinato Comando di Corpo dove stiamo seguendo altri casi simili, mente altri 19 Comandanti di Legione tollerano la situazione in quanto consci di una “vacatio legis” sul tema e che riguarda chi li esibisce da 20 anni? Ci chiediamo se sono questi i problemi che affliggono quel Comandante di Corpo che dedica tutte le sue energie in questa guerra ai tatuati. Una guerra che sarebbe perfino legittimata in presenza di una chiara normativa che ad oggi non esiste».

«Sicuramente – conclude la nota – non ci riconosciamo nell’atteggiamento di quel dirigente che sta trascinando l’Arma dei carabinieri in questa “guerra ai tatuati” e dal canto nostro vigileremo affinché la discrezionalità di cui i comandanti possono beneficiare non si tramuti in arbitrio o ancora peggio in abuso d’ufficio».