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SPIARE FA INGRASSARE CARABINIERE RISARCITO

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di: Redazione Nsd   
mercoledì 01 agosto 2012
(Il Giornale) - Genova. Notti insonni attaccato alle cuffie nella speranza di ascoltare la telefonata che può dar la svolta all’indagine. atten­to a ogni parola, sillaba, accen­to. Ore tra sbadigli, occhi che si chiudono, sacchetti di patatine da sgranocchiare e caffè super­zuccherati per stare svegli. Dura la vita dell’intercettato­re notturno. Dura, anzi pesante a giudicare dai chili messi su e dallo stress accumulato nastro dopo l’altro dal carabiniere. Una vita che non può continua­re così, e che pertanto, per i giu­dici, vale il diritto alla pensione immediata. A 52 anni. Con tan­to di ritocchino sull’assegno. La sentenza del Tar di Genova è di quelle destinate a cambiare il modo di assegnare gli incari­chi a poliziotti e carabinieri. A sollevare il problema è stato pro­prio un militare dell’Arma....
 
 



 
 
 
Gio­vane considerando gli attuali parametri, 52 anni appena com­piuti, e teoricamente tanti ordi­ni ancora da eseguire per rende­re servizio allo Stato. Eppure an­che talmente stressato da non poter andare avanti. Tutto per colpa degli incarichi ricevuti do­po un grave incidente stradale avvenuto qualche anno fa. Uscito dal coma solo dopo 20 giorni, M.R. aveva lentamente ripreso una vita quasi normale. Rientrato in servizio, era stato subito messo a lavorare alle tele­scriventi. Tutto bene, fino a quando un superiore non aveva deciso di completare la sua «ria­bilitazione » chiamandolo a fare il capo pattuglia nei servizi di ronda, con tanto di rischio di in­seguimenti e corpo a corpo con i delinquenti. Un compito fatico­so, anche per un costante au­mento di peso e per condizioni fisiche non più ottimali.

 
 
Così il carabiniere era passato al servi­zio intercettazioni, ma senza esclusione dei turni di notte. Inutile sperare che magari qual­che telefonata piccante potesse alleviare il peso di quel servizio psicologicamente massacran­te. Il militare si è trovato così schiacciato da quello che clini­camente è definito «disturbo dell’adattamento», che tradot­to significa depressione, stress e tutta una serie di reazioni in grado di rovinare una persona. Tanto che persino quella che prima era la classica «pancetta» da ultraquarantenne era diven­tata obesità. Tre anni fa il carabiniere ave­va così deciso di chiedere all’Ar­ma un equo indennizzo per i problemi dovuti a cause di servi­zio. Niente da fare, la risposta era stata tassativamente negati­va. «Usi obbedir tacendo», è il motto del corpo.

 
 
E così a M.R. era stato ordinato di andare avanti. A quel punto è intervenu­to l’avvocato Andrea Bava, che ha preparato il ricorso al Tar contro la decisione della Com­missione Previdenza dell’Ar­ma. La battaglia a colpi di consu­lenze mediche è andata avanti per due anni e alla fine i giudici amministrativi si sono affidati alla perizia di specialisti del­l’Università di Genova e del­l’ospedale San Martino, che hanno dato ragione al carabinie­re. «C’è un aspetto molto impor­tante e innovativo della senten­za - spiega l’avvocato Bava -. Il Tar ha accolto il principio che per concedere l’indennizzo non è necessario che la malattia sia dovuta esclusivamente al ti­po di servizio prestato. Si parla infatti di concausa. Il fatto che l’incarico aggravi lo stress è già sufficiente». Ed è per questo che il carabiniere è stato dichiarato non idoneo a continuare il pro­prio lavoro. In pratica, è stato congedato e messo in pensione in quanto aveva già i requisiti minimi come anni di anzianità. E in pensione si godrà anche un assegno più ricco per le ore pas­sate a intercettare le telefonate altrui.

 
 
di Diego Pistacchi
 



Tags:  intercettazioni carabinieri genova tar

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