"UCCISO SOTTO IL TRENO DAL COLLEGA FINANZIERE" |
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di: Redazione Nsd
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venerdì 30 aprile 2010 |
(La Stampa), di Alberto Gaino - La fine dell’appuntato della Guardia di Finanza, Francesco Salerno, investito da un treno della linea Torino-Milano, è stata ricostruita dal pm come un giallo, a lungo irrisolto, che all’epilogo delle lunghissime indagini si risolve nel più inatteso e drammatico colpo di scena: l’accusa di omicidio preterintenzionale ad un collega del sottufficiale. Ne dà notizia l’avviso di conclusione dell’inchiesta giudiziaria ai 21 indagati: «Il finanziere Francesco Scarelli colpiva con spintoni Salerno sul filo della linea ferroviaria mentre transitava il treno 2027...».
Il finanziere aveva ricevuto un avviso di garanzia per falsa testimonianza. «Questo sapevamo - assicura il suo legale, Gianluca Orlando - e già eravamo preoccupati: un’accusa così condiziona una carriera. Ma il capo di imputazione appena notificatoci ha lasciato di stucco me, si figuri il cliente. “Eravamo amici” è tutto ciò che è riuscito a dirmi sul momento».
Francesco Salerno, medaglia d’oro al valore, la sera del 4 novembre 2005 era riuscito ad ammanettare un piccolo trafficante di droga maghrebino dopo uno spericolato inseguimento in auto. Ma gli altri due erano fuggiti nei campi nei pressi di Brandizzo, paesone fra Torino e Chivasso. Era buio e la pioggia fitta non aiutava.
Salerno comandava una pattuglia di «baschi verdi» che comprendeva il finanziere Scarelli, il più giovane (aveva 26 anni), il finanziere scelto Alberto Mingardi e l’appuntato Giuseppe Caccetta. La loro relazione di servizio aveva consentito ai carabinieri del capitano Bosini di avviare le indagini: Salerno si era separato dai colleghi e aveva proseguito da solo la caccia lungo i binari della ferrovia. Non vedendolo tornare i tre sarebbero andati a cercarlo. Mingardi e Caccetta sono ora accusati di aver coperto il collega.
La svolta arriva quando uno dei macchinisti alla guida del «Torino-Milano» rivela al pm Anna Maria Baldelli (da poco nuovo procuratore capo ai «minori») di aver visto «due che litigavano» mentre il suo treno stava avvicinandosi. Uno era in divisa. E non era Salerno. Il sottufficiale indossava abiti borghesi quella sera. Scarelli sarebbe stato l’ultimo a vederlo.
Ma il passo decisivo dell’inchiesta è una consulenza tecnica: dà al magistrato la sicurezza che l’appuntato non può essere finito accidentalmente contro la scatola Rec (l’alimentatore di corrente a 3 mila volt) che sporge dal locomotore.
Preso in pieno, Salerno viene sbattuto lontano come un cencio. Fine orribile. Ascritta a lungo come l’esito di una colluttazione con uno dei pusher in fuga: nel pugno chiuso del sottufficiale resta la Beretta d’ordinanza, senza che abbia sparato un solo colpo. Uno degli inseguiti, rifugiatosi in Spagna, viene accusato di omicidio per poco tempo.
Il resto di questa complicata storia è il racconto che il pm scandisce in una serie impressionante di accuse a 18 dipendenti delle Ferrovie dello Stato, a cominciare dal responsabile della «sala operativa regionale», per aver nascosto per giorni il locomotore ammaccato, dopo averlo trasportato in giro per il Piemonte con quella scatola divelta. Attentato alla sicurezza dei trasporti «per il rischio di corto circuito e di incendio nelle diverse stazioni di transito».
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