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"NASSIRIYA, VOLEVANO FERMARMI". IL REGISTA ACCUSA, LITE SUL FILM

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di: Redazione Nsd   
lunedì 06 settembre 2010
(Il Corriere) - Il film su Nassiriya si porta dietro quattordici minuti di applausi ma anche una scia di veleni. Aureliano Amadei è il regista che in Venti sigarette, ospite di Controcampo Italiano, racconta se stesso col volto di Vinicio Marchioni. Aureliano è il giovane sopravvissuto al massacro in Iraq avvenuto nel 2003. Diciannove morti: dodici carabinieri, cinque soldati dell'esercito e due civili. Aureliano aveva 28 anni. Era arrivato a Nassiriya da 22 ore. Questo è il suo primo film, senza eroi, dove al centro c'è una ricerca umana, nato dal libro che aveva scritto su questa vicenda.....










Parla con i suoi occhi chiari che sembrano schizzare fuori, come a ricordare che la vita continua e che è tutto intero malgrado i postumi alla caviglia e le nove operazioni subite. E' un ex pacifista e antimilitarista, uno che si finse gay per evitare la naia. «Arrivai in Iraq imbottito di pregiudizi. Mi sono ricreduto». Ma gli è rimasta la voglia di controcanto dentro.

E al Lido dopo essersela presa con i militari va in rotta di collisione perfino con i suoi produttori, Claudio Bonivento e Tilde Corsi. Aureliano parla di boicottaggio: «Sul mio computer ho ricevuto minacce di parenti dei militari in missione, dicono che ho infangato l'esercito. Poi alcune famiglie, che sono state contattate da persone vicine al ministero della Difesa, chiedono di bloccare l'uscita».

I produttori: «Sono sue fantasie, che smentiamo. L'esercito anzi, approvata la sceneggiatura, ci ha aiutato in ogni modo». Il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto: «Non c'è stata alcuna pressione». In sala appare un uomo pieno di dignità e misura, è il generale in pensione padre di Max Ficuciello, il militare che cadde a Nassiriya e che fu l'angelo custode di Aureliano in quelle poche ore. A lui viene dedicato il film.

Il regista: «Ho conosciuto carabinieri che dicevano peste e corna della situazione in Iraq, poi ai Tg recitavano a memoria dispacci istituzionali. Ai funerali di Stato i parenti delle vittime erano relegati in fondo per far posto, vicino alle bare, alle massime autorità dello Stato. Ci sono le verità poco note, il deposito italiano di munizioni esplose provocando altre vittime, mentre in un primo tempo si parlò di scontro a fuoco con i terroristi». Ancora: episodi più marginali epperò vissuti come uno scandalo nel granito delle regole militari. Come le canne che giravano all'Ospedale del Celio mentre Aureliano era in convalescenza. Lui non ha ritratto un monolito ma la varia umanità dei soldati, «guerrafondai, comunisti, gente simpatica, c'è di tutto».

Ed è proprio un viaggio intorno all'uomo quello che ha compiuto: «Non è un film sulla guerra, il miglior modo di omaggiare quei caduti è di chiamarli esseri umani; se li chiamassi eroi sarebbe come dargli dei farabutti o dei mercenari, parole senza significato».

Era andato per aiutare il regista Stefano Rolla (caduto nell'attentato, nel film è Giorgio Colangeli), che avrebbe dovuto girare un film sull'opera di recupero di reperti archeologici da parte del contingente italiano.

Dice «un atto d'accusa». Ma alla fine contro chi? «Contro le istituzioni che hanno cavalcato la vicenda, è prevalsa l'ipocrita retorica patriottarda che non ci ha permesso di riflettere sulle cose che si potevano fare, sulla verità dei fatti, su cosa andò storto, sul perché pensavamo di essere amati e invece eravamo oggetto di odio come gli americani. Senza contare la Chiesa. Il cardinale Ruini all'omelia del funerale pronunciò queste parole: "Non ci faremo intimidire, risponderemo con tutte le forze di cui siamo capaci". E in una scena si ascolta: "Im Chiesa non si udì una sola parola contro la guerra. La parola eroismo fu menzionata dodici volte, patria cinque volte"».

Il film comincia da Aureliano con gli amici in allegria, (Carolina Crescentini fa la ragazza che diventerà sua moglie), la guerra è qualcosa che non ti appartiene, non ci pensi. L'attentato è ricostruito in maniera cruda. Il caos, i timpani sfondati, i cadaveri dilaniati, le fiamme, il terrore che spezza il fiato, il corpo insanguinato di un bambino immobile, candido, freddo, che gli mettono in braccio mentre lo caricano diretto all'ospedale. «Ho scelto di non risparmiare nulla allo spettatore, che vive quei minuti di terrore come li ho vissuti io». Cosa le ha lasciato tutto questo? «Rabbia, umanità, amore. Ho capito che l'uomo viene prima di qualsiasi ideologia». La troupe gli chiedeva di autografare il suo libro.

Valerio Cappelli




Tags:  nassirya attentato base maestrale afghanistan aureliano amadei

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