URANIO IMPOVERITO: MAXI RISARCIMENTO PER UN EX MILITARE ITALIANO MALATO DI TUMORE |
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di: Redazione Nsd
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martedì 13 gennaio 2009 |
(NSD) - Importante notizia per chi da anni si batte contro le malattie causate da contaminazione da uranio impoverito. Il Tribunale di Firenze ha condannato il ministero della Difesa a risarcire più di mezzo milione di euro a Gianbattista Marica, un ex militare italiano ammalatosi di tumore durante la missione "Ibis" in Somalia. Marica, era stato in missione per otto mesi, dal dicembre 1992 al luglio '93, come paracadutista di leva. La notizia è stata diffusa da Falco Accame, presidente dell'Anavafaf.
Nella sentenza, datata 17 dicembre 2008, viene riportato il parere di un consulente tecnico che afferma l'esistenza di un nesso di causalità tra il Linfoma di Hodgkin (la malattia riportata dal militare, ora in fase di remissione definitiva) e l'esposizione all'uranio impoverito. Le conclusioni tratte dalla Commissione Mandelli (secondo cui tale nesso non può essere accertato) sarebbero, quindi, destituite di fondamento per l'erronea procedura di ricerca utilizzata.
Il Tribunale ha condannato il Ministero della Difesa per non aver disposto l'adozione di adeguate misure protettive per i partecipanti alla missione in Somalia, cosa che invece era stata fatta dai militari americani. Nella sentenza si legge, infatti, che era "sotto gli occhi dell'opinione pubblica internazionale la pericolosità specifica di quel teatro di guerra, sotto il profilo eziopatogenetico che qui interessa, e nonostante l'adozione da parte di altri contingenti di misure di prevenzione particolari".
"Marica denunciò subito il fatto che i militari Usa in Somalia, anche a 40 gradi all'ombra, operavano con tute, maschere, guanti e occhiali, mentre i soldati italiani erano in calzoncini corti e canottiera - ha spiegato Falco Accame che ha anche sottolineato come al momento c'è ancora grande incertezza sul numero reale delle vittime da uranio impoverito (a seconda delle rilevazioni, si passa da 77 a 160 morti, e da 312 a 2.500 malati).
"Deve concludersi che, nel caso in discorso, vi sia stato un atteggiamento non commendevole e non ispirato ai principi di cautela e responsabilità da parte del Ministero della Difesa, consistito nell'aver ignorato le informazioni in suo possesso, già da lungo tempo, circa la presenza di uranio impoverito nelle aree interessate dalla missione ed i pericoli per la salute dei soldati collegati all'utilizzo di tale metallo, nel non aver impiegato tutte le misure necessarie per tutelare la salute dei propri militari e nell'aver ignorato le cautele adottate da altri Paesi impegnati nella stessa missione, nonostante l'adozione di tali misure di prevenzione fosse stata più volte segnalata dai militari italiani - ha continuato Falco Accame, attraverso il sito www.vittimeuranio.com.
Il Ministero della Difesa sapeva dunque, doveva ed era tenuto a sapere avendone l'obbligo giuridico, dell'uso di ordigni all'uranio impoverito, della sua pericolosità e dei rischi ad esso collegati, e doveva conseguentemente ispirare la propria azione ai principi di cautela e protezione, nella salvaguardia del personale inviato col contingente italiano, da pericoli incombenti e diffusi, ulteriori e diversi dall'ineliminabile rischio insito nel 'mestiere di soldato', in quel precipuo teatro di guerra, come si è detto connotato da forte presenza di sostanze nocive ed idonee ad innescare, su un numero indeterminato di persone, per le notizie al tempo già disponibili, processi eziopatogenetici".
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